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martedì 4 luglio 2017

Giuseppe Brotzu, un sardo contro la malaria

Spesso le guerre più combattute non sono quelle che si svolgono su un campo di battaglia, ma quelle, ignote ai più, volte a far trionfare un'idea o un'intuizione o una ricerca o una scoperta che può portare vantaggi e soluzioni a problemi vitali non solo di un Popolo o di uno Stato, ma del Mondo intero! Abbiamo visto Vincenzo Tiberio e Aldo Castellani, Medici e Militari, alle prese con simili “combattimenti”, ma non furono, ovviamente, i soli a doversi battere sul campo della salute!
Giuseppe Brotzu (Cagliari, 1895 – 1976), si laureò in medicina, mantenendo le tradizioni di famiglia, presso la Regia Università di Cagliari nel 1919. Fu esonerato dal Servizio Militare proprio perché, dotato unicamente della sua competenza professionale, combattesse da subito la battaglia contro una malattia allora devastante: la malaria! Appena laureato, infatti, gli venne affidata la Direzione degli ambulatori antimalarici di Cagliari. Dopo gli studi d'Igiene e la Didattica, prima a Siena e poi a Bologna, nel 1933, tornò a Cagliari e assunse la direzione dell'Istituto di Igiene della Città. Fu Preside della facoltà di Medicina (1935 – 36) e poi Rettore (1936 – 1943). Lasciato l'insegnamento nel 1965 per limiti d'età, continuò a frequentare l'Istituto di Igiene fino a oltre ottant'anni. Nel 1945, dopo anni di studi e di ricerca, arrivò alla scoperta delle cefalosporine.
Alla carriera accademica affiancò quella politica: Assessore Regionale all'Igiene e Sanità (1949 – 1955), Presidente della Regione (1955 -1958) e Sindaco di Cagliari (1960 – 1969).
Costantemente impegnato nel sociale, assunse un ruolo decisivo nella campagna della Fondazione Rockefeller per l'eradicazione della malaria dalla Sardegna. “L'impegno nella lotta alla più antica e subdola malattia nella storia della Sardegna - la malaria - attraversa l'intero arco della vita scientifica, accademica e politico-istituzionale di Giuseppe Brotzu.” Morì a Cagliari l'8 aprile del 1976. A lui è dedicata la struttura sanitaria più importante di Cagliari e della Sardegna.
Brotzu, dal 1920, iniziò la sua ricerca in ambito microbiologico con un'attenta osservazione delle acque del porto di Cagliari, fortemente inquinate dagli scarichi fognari urbani, nelle quali tuttavia molti giovani facevano ogni giorno il bagno senza che si manifestassero episodi singoli o epidemie almeno di infezioni come tifo o paratifo!
Si ipotizzava che, poiché vi erano pessime condizioni sanitarie ma pochissimi casi di infezioni, i sardi, e in particolare i Cagliaritani, godessero di una stranezza immunologica. Se questo per molti studiosi rappresentava un dato inspiegabile, ma di fatto ormai assodato, per Brotzu era una prova evidente della presenza, in quelle acque, di un agente immunizzante. Dimostrò, infatti, che in Città esisteva un'endemia tifica, ma in forma lieve, nota come “infezione eberthiana”, senza che si manifestassero epidemie come accadeva in simili situazioni in Italia. Brotzu e il collaboratore Spanedda, "cultori della ricerca anche in tempo di guerra", iniziarono a raccogliere campioni d'acqua dalla zona orientale del Golfo commerciale di Cagliari, detta “su Siccu”, alla ricerca di “antagonismi batterici”. Inizialmente Brotzu pensò che le condizioni ambientali fossero talmente sfavorevoli per i batteri da inibirne i caratteri patogeni.
I microrganismi contenuti nei campioni prelevati, vennero “seminati su terreno comune e fatti sviluppare a temperatura ambiente... A sviluppo completo le colonie di numerosissimi germi erano state isolate e di ciascuna di esse era stato saggiato il potere antagonistico” verso diversi batteri responsabili di infezioni. “Seguendo questa tecnica assai semplice fu possibile studiare delle centinaia di germi e scegliere tra di essi il micete che fin dai primi isolamenti si mostrò dotato di particolari e spiccate attività inibenti”. In particolare, il 20 luglio 1945 Brotzu e il suo collaboratore Spanedda poterono ammirare “la colonia [di un fungo del genere Cephalosporinium] color ocra con tonalità rosa che inibiva diversi microrganismi tra cui la salmonella typhi.” Nello stesso anno, venne isolata la “micetina Brotzu” che il Professore e il suo collaboratore sperimentarono personalmente per testarne l'efficacia, o la tossicità.
All'inizio del 1947 Brotzu trattò pazienti malati gravemente di tifo che guarirono. "Le condizioni generale di un malato risentono in genere di un miglioramento notevole[...]già dopo le prime due o tre inoculazioni il materiale prelevato è risultato batteriologicamente sterile".
Brotzu inoltrò istanze ai vari Ministeri ed Enti interessati per avere fondi e attrezzature, ma, come spesso avviene in Paesi in cui “il tempo dedicato al lavoro è sottratto alla carriera”, fu completamente ignorato. Su richiesta di Sir Howard Florey dell'Università di Oxford, il ricercatore che aveva prodotto la Penicillina ri-scoperta da Alexander Fleming dopo le intuizioni del nostro Vincenzo Tiberio, Brotzu inviò una sua coltura del Microrganismo antibiotico da lui individuato. Tra il 1951 ed il 1961 vennero isolate e purificate differenti sostanze ad attività antibiotica; tra queste la cefalosporina C, che divenne il capostipite di una nuova generazione di antibiotici. Il brevetto del principio attivo, all'insaputa di Brotzu, venne venduto a due importantissime Industrie farmaceutiche che ottennero con esso enormi profitti. La paternità scientifica dell'antibiotico fu riconosciuta allo scienziato cagliaritano dalla comunità scientifica internazionale solo negli anni settanta!
Non minore fu il suo impegno civile negli anni difficili del dopoguerra e della ricostruzione, quando gli furono affidate le cariche di Sovrintendente sanitario regionale e Presidente degli Ospedali riuniti di Cagliari. Brotzu, già prima che si diffondesse l'uso su larga scala del DDT, cercò di contrastare il bimillenario flagello della malaria, “causa intima del silenzio di tomba che da tanti secoli opprime l'isola” e “bavaglio che ne intralcia l'evoluzione”. Fra tutti i problemi uno ha avuto nella storia della Sardegna un'importanza fondamentale: la malaria. Chi non è sardo e non bene a conoscenza della storia del nostro popolo, non potrà intendere lo stato d'animo e la nostra sensibilità al problema della malaria che ha oppresso, debilitato, piegato il popolo sardo per oltre 2000 anni e gli ha impresso delle stigmate che forse, solo tra qualche generazione, potranno essere cancellate… Il mantenere lontano dalla nostra isola il pericolo della malaria è quindi il primo compito da affrontare… Occorre infatti ricordare che senza salute non vi è benessere e ricchezza in un popolo”.
Brotzu divenne membro dell'Alto Commissariato all'Igiene e Sanità e poté quindi seguire da vicino i primi passi del Sardinian Project, il grandioso esperimento naturale che aveva come obiettivo l'eradicazione della malaria in Sardegna. Fu membro anche dell'Ente Regionale per la Lotta Anti anofelica in Sardegna e collaborò con la Rockefeller Foundation per la riuscita di un “Piano di Rinascita” confortato dagli ottimi risultati conseguiti in USA ed in altri Paesi.
Una volta sconfitta la malaria, nei primi anni cinquanta, da Assessore all'Igiene e alla Sanità Brotzu sostenne l'istituzione del Centro regionale antimalarico e anti-insetti per consolidare i risultati ottenuti attraverso la piccola e media bonifica. “Combattè” anche per la realizzazione di ospedali, poliambulatori, mattatoi igienici, acquedotti per l'approvvigionamento di acqua potabile, zone residenziali idonee anche ad opporsi alle malattie sociali, opere di risanamento e tutela dell'ambiente,…

Enzo Cantarano, Luisa Carini


Bibliografia
  • Abraham, E. P.  The Cephalosporin C Group, in Quarterly Reviews n. 21, 1967
  • Baldry P, The Battle Against Bacteria: A Fresh Look : a History of Man's Fight Against Bacterial Disease with Special Reference to the Development of Antibacterial Drugs, Ed. CUP Archive, 1976
  • Bo G:, G. Brotzu and the discovery of cephalosporins, in Clin Microbiol Infect, 6, 3 pp. 6–9
  • Brotzu G, Osservazioni e ricerche sull'endemia tifica in Cagliari, in L'Igiene moderna, XVI 1923
  • Brotzu G, La malaria nella storia della Sardegna, in "Mediterranea", n°8, 1934, pag. 19
  • Brotzu G, Ricerche su di un nuovo antibiotico, Cagliari, 1948 pag. 3
  • Cantarano E, Carini L. Storia della Medicina e della Assistenza Sanitaria per le Professioni Sanitarie, UniversItalia, 2013, pag. 175.
  • Cornaglia, G To the memory of an angel, in Clinical microbiology and infection, European Society of Clinical Microbiology and Infectious Diseases, Ed. Decker Europe, 1995
  • Del Piano L. (a cura di), Per Giuseppe Brotzu , Edizioni Della Torre, Cagliari, 1998
  • Greenwood D. Antimicrobial Drugs: Chronicle of a twentieth century medical triumph, Ed. Oxford University Press, 2008
  • Landau R, Achilladelis B, Scriabine A, Pharmaceutical Innovation: Revolutionizing Human Health, Ed. Chemical Heritage Foundation, 1999
  • Paracchini R. Il signore delle Cefalosporine. Storia di una scoperta. Demos, Cagliari, 1992.

Porto Torres nella "Relazione sull'isola di Sardegna" di William Henry Smyth

William Henry Smyth, , Capitain della Royal Army, nel 1828 pubblicò il libro: "Sketch of the present state of the Island of Sardinia" in cui raccoglie e orgnizza tutte le osservazioni dei suoi precedenti viaggi nel Mediterraneo, e in particolare in Sardegna.
Ne risulta un bel libro di viaggi, ricco di informazioni utili ai naviganti ma anche economiche, etnologiche e storiche.
Mi voglio concentrare in questo breve articolo sulle osservazioni riguardanti la città di Porto Torres.
"Porto Torres è un piccolo porto a due moli, difeso da una solida torre ottagonale"

I due moli di quel periodo immagino siano stati inglobati nell'attuale porto, non grandissimo, ma sicuramente più esteso di allora. La torre ottagonale invece è sempre li, anche se risente del passare del tempo.

"Può accogliere poche piccole navi, quelle grandi stanno alla fonda ad un miglio. Poichè le navi da guerra fanno raramente rotta da queste parti, il nostro arrivo fu un evento eccezionale e tutti visitarono la nave, dal capitano generale al contadino più povero. Su un lieve pendio sorgono la chiesa e il piccolo borgo di San Gavino, ai cui abitanti sono riconosciuti i diritti di cittadinanza sassarese in onore a Baingio (San Gavino). Questo santo venerato qui non è conosciuto nel martirologio romano; tuttavia la storia della sua conversione, della sua decapitazione a Balai e della sua apparizione in sogno a Calpurnio è accettata dai sassaresi come una verità indubitabile, senza alcun esame dei dati su cui è fondata."

Oggi la venerazione di San Gavino non è meno forte. Forse la chiesa non è piena come un tempo, ma il nome Gavino è ancora il preferito per i bambini maschi, o perlomeno così sembra passeggiando per le strade del paese.

"La chiesa è uno degli edifici religiosi più antichi della Sardegna, perchè è stata costruita verso il 1200 ed è stata usata come cattedrale fino alla distruzione di Torres nel 1441."

Studiando la storia di Porto Torres su altri testi antichi ho scoperto che la basilica è ben più vecchia, risalendo al 514 d.C., anno in cui il giudice Comida di Torres e Oristano fece costruire la Basilica dedicata ai martiri Gavino, Proto e Gianuario, sul Monte Angellu, a seguito di un sogno in cui gli veniva chiesto di innalzare la cattedrale. 
Della distruzione della città nel 1441 per ora non so ancora niente, sto indagando e spero a breve di scoprire qualcosa!"

"E' diversa dalle altre chiese dello stesso genere in Sardegna, perchè ha il tetto di piombo. Lungo il tetto vi sono settanta brutte torrette dello stesso metallo, che sono il simbolo tradizionale di Turris Lybisonis: nome derivato dal presunto insediamento in questo luogo, dei discendenti di Ercole Libio.
L'interno è sorretto da 28 antiche colonne ed una Porta Santa, da cui passò il santo e che è accuratamente chiusa con un muro di pietre ma per venire aperta ogni cento anni con grande pompa e cerimonia."

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO
 

Poesias Sardas, di Giuseppe Pirastru

La terza domenica di ottobre, a Gesico, il mio paese d'origine, si festeggia la festa di Sant'Amatore, un misto di sacro e profano in cui, negli ultimi anni ha preso corpo soprattutto la sagra della lumaca (siamo ora alla XXIV edizione!).
In questo breve articolo però vi voglio parlare di una cosa che non è più presente.
Anni addietro si aggirava per le strade di Gesico, nei giorni di festa, un vecchietto, con una cassettina in legno appesa al collo, piena di libretti di poesie in sardo.
Non so come si chiamasse, ma quando riuscivo gli compravo sempre qualche libretto, un po per curiosità, un po perchè mi piace leggere le poesie in sardo, anche se non sempre sono in grado di capire tutto al volo.
I poeti infatti non usavano sempre la lingua della mia zona, il campidanese. Talvolta le poesie sono scritte in logudorese, ma più spesso vengono usate parole di tutti i dialetti.
Il risultato di questi miei acquisti è un settore della mia libreria, in cui si trovano una ventina di libretti che di tanto in tanto sfoglio con curiosità, sperando prima o poi che qualcuno torni a passare per la festa di Sant'Amatore a vendere le opere di poesia sarda.
Forse sono solo un illuso, forse un giorno quel venditore di libretti di poesia sarda sarò io, chissà!
Per tornare ai nostri giorni, la settimana scorsa ho riletto un libretto di Giuseppe Pirastru, con alcune poesie sarde scritte all'inizio del 1900 e diffuse da Antonio Cuccu.
Ora, pensi sia importante che qualcuno si prenda la briga di continuare l'opera di Antonio Cuccu e diffondere la cultura sarda per cui ho pensato di pubblicare sul mio blog la poesia e la sua traduzione in italiano.
Non tutto sarà corretto, immagino, per cui alcune parti saranno in giallo e spero che qualche lettore possa aiutarmi a migliorare la traduzione.
Ma basta con le parole e diamo inizio all'opera.

Il poeta Pirastru di Ozieri descrive le testuali parole del siniscolese prigioniero di Guerra (immagino ci si riferisca alla prima guerra mondiale).

1. Carissimos parentes
como chi so torradu
A Siniscola a ue non creia.
A inue dolentes
Bos aia lassadu
Dai cando a soldadu andadu via
Como chi in domo sò
notizias bos dò
de sa disventurada vida mia
e de cantu suffresi
Dai s'ora chi prisoneri istesi.

1. Carissimi parenti,
visto che sono tornato
a Siniscola, cosa che non credevo più possibile,

dove, disperati, vi avevo lasciati
da quando ero andato via, soldato,
Visto che a casa ora stò
qualche notizia vi dò
della sventurata vita mia
e di quanto soffrii
dal momento che fui preso prigioniero.

2. Minde leo mastrattu
candu bi cunsidero
Ch'instat su coro meu fini vini
Presoneri mi han fattu
sutta a Monte Nero
su vintisese de santu aini
Istemus disarmados
non parian soldados
ma pius de demonios non fini
Sos chi nos disarmesini
Miraculu chi a bida nos lasseini.

2. Mi sento distrutto (?)
quando considero
.............. ........ ......
Prigioniero mi hanno fatto
sotto Monte Nero
il ventisei di  ottobre
venimmo disarmati
non sembravano soldati
................................
coloro che ci disarmarono
è un miracolo se ci lasciarono in vita.


3. Sempre gitt'impremidu,
in coro e in sa mente
su die sette e millenoighentos
Su ch'ap'Eo suffridu
L'ischit s'Onnipotente
Attere non los cre cussos turmentos
Sidis de agonia,
famini Gesù Maria
pro me no esistiad'alimentos
Ne perunu consolu,
M'alimentao de piantu solu.

3. Per sempre mi resterà impresso,
nel cuore e nella mente,
il millenovecento diciassette
quanto ho sofferto
lo sa l'Onnipotente
altri non potrebbero credere a quei tormenti
sete di agonia,
fame, Gesù e Maria,
per me non esisteva cibo
ne alcuna consolazione,
mi alimentavo di solo pianto.

4. Appenas disarmados,
nos lein sas provistas
chi gighiamus a nos manigare.
Che canes airados
cussas figuras tristas
Intran sa cosa nostra a divorare
Gridende avanti avanti
No si ponen innanti
e guai nessunu a si ostare
Su chi si asatiada,
Sa morte a oios subitu s'aiada.

4. non appena ci disarmarono,
ci levarono le provviste
che portavamo per mangiare
come cani furiosi
quelle figure tristi (?)
cominciarono a divorare le nostre cose
gridando: avanti, avanti
ci mettono davanti (?)
e guai se qualcuno si ferma
colui che si fermava
in un attimo veniva raggiunto dalla morte.


5. Intramus a marciare,
asciutos e ispintos
pro arrivare a su nostru destinu.
Pro poder manigare,
non bidemus custrintos
A pascher s'erva che paru erveghinu
Ei cussos vigliaccos
idendenos istraccos
E cantos nde occhiana in caminu
O a bastones viles?
O a ispunzonadas de fusiles.

5. Cominciammo a marciare
asciutti (?) e costretti
per raggiungere la nostra destinazione (?)
Per poter mangiare
ci vedemmo costretti
a pascolare l'erba come fossimo agnelli
E quei vigliacchi
vedendoci stanchi
quanti ne uccidevano per strada
o bastonavano, vili?
o pungolavano coi fucili.

6. Istemus caminende,
bindighi zorronadas
Sempre a pe ite pena ite turmentu
Su ch'idian pasende,
bi fin sas bastonadas
Subra sas palas nostras a mamentu
E nois affriggidos
istraccos e famidos
E mazzados e sempre in pattimentu
Chi mancu minutu,
Fit mai de piangher s'ojju asciuttu.

6. Camminammo,
per venti giorni
sempre a piedi, che pena, che tormento
ciò che stavamo passando,
vi erano le bastonate (a ricordarlo)
sulle nostre spalle ..........
E noi (poveri) afflitti
stanchi e affamati
bastonati e sempre doloranti (?)
che neppure per un minuto
fu mai l'occhio asciugato dal pianto.

7. Finalmente a Germania
Eo so arrividu
Cun sos cumpagnos mios pianghende
Sa morte momentania
pro cument'hamus bidu
Istaiamus tottu disizzende
No esistiat pane,
E ne s'agattat cane
De cantos nd'had'in su mundu esistende
Ch'happat mai pattidu,
cant'app'eo in Germania suffridu!

7. Infine, in Germania
io sono arrivato
con i miei compagni, piangendo,
La morte istantanea
per quello che avevamo visto (?)
tutti stavano desiderando.
Non esisteva pane,
e non si trova cane
tra quanti ve ne sono al mondo
che abbia mai patito
quanto abbia sofferto io in Germania! 

8. Arriv'a Baviera,
Ma isfattu e confusu
A Melbu campu de cuncentramentu
Peus se in galera,
tres meses rinchiusu
M'ana mantesu e cun pagu alimentu
E d'ogni die haia
tres unzas de pan'ibbia
Però nieddu chei su turmentu
E una sola trudda,
de raba arribisale atteru nudda.

8. Arrivai in Baviera,
disfatto e confuso,
a Melbu, nel campo di concentramento
peggio della galera,
tre mesi rinchiuso
mi hanno mantenuto e con poco cipo
e ogni giorno vi erano
tre once di pane......... (?)
però di quello nero come il tormento
e una sola ciotola,
di rape in umido (?) e null'altro.

9. Anzis no raba, pero
Fi brou tottugantu
De raba paga e nudda bind'aiada
A sas otto ogni sero
su suspiradu tantu
Rangiu famosu dadu nes beniada
Cun abbundante sale
chi mancu s'animale
De logu nostru assazare nde diada
E deo suspirende,
Paria cordiales manighende.

9. Anzi, non di rape, ma
si trattava di brodo (?)
di rape poco o niente ve n'era.
Alle otto ogni sera
il tanto sospirato
rancio famoso, ci veniva distribuito
molto salato
che neppure gli animali
delle nostre parti avrebbero assaggiato
E io sospirando
sembravo ........... mangiando (?).

10. E senza cussu fia,
in tott'isculz'e nudu
E tres meses che intro e presone
trattu trattu idia
nende chi fit saladu
Chi mi faghian un'inizione
No mi reia in pese
prima de unu mese
Gighia punta tottu sa persone
Fia tottu dolente,
No mi podia mover pro niente.

10. ..........................................
completamente scalzo (?) e nudo
per tre mesi dentro la prigione
ogni tanto
dicendo che era salato (?)
..... mi facevano un'iniezione
non mi reggevo in piedi
prima di un mese
avevo tutto il corpo punto
ed ero tutto dolorante,
non riuscivo a muovermi per niente.

11. E pro nos ristorare
Cussos canes limbriscosos
Nos forzaian quasi onzi die
in s'ierru a intrare
tott'in sos bagnos friscos
chi bind'haiat de morre inie
Eo ponia mente,
si no subitamente
In d'una zella ponian a mie e a dogni punidu
Sessant'oras ne manigu ne bidu!

11. E per farci rinvigorire,
quei cani.............
ci costringevano, quasi ogni giorno
in inverno, ad entrare
tutti nei bagni freddi
che c'era da morirne dentro.
Io ubbidivo,
altrimenti, immediatamente
mi avrebbero messo in cella
come ad ogni punito,
per sessanta ore senza mangiare ne bere!

12. Nos ponian in rangu
Ite duru martoriu
Chi non si podet crer pro lu contare
Duos palmos de fangu
B'ad'in s'ambulatoriu
Inue nos faghian ispozare
Su chi no s'ispozzada
bi fit sa bastonada
A conca e lu faghian istrasciare
E cantos disgrasciados!
Sun'inie cadaveres restados.

12. Ci mettevano in fila (?),
che duro martirio,
che a raccontarlo non lo credereste mai possibile
Due palmi di fango
vi erano nell'ambulatorio
dove ci facevano spogliare.
E chi non si spogliava
riceveva una bastonata
in testa che lo faceva strisciare a terra (?)
E quanti, disgraziati!
là sono restati, cadaveri.

13. Cussa razza maligna
Causadu a terrore
Disisperazione e ispaventos
Cando dae Sardigna
sos nostros genitores (s)
Paccos nos mandaiana de alimentos
Appenas los rezziana
si los manigaiana
A faccia nostra allegros e cuntentos
Poi cussos vigliaccos,
Nollos daian bodios sos paccos.

13. Quella razza maligna
.............................
disperazione e spavento
quando dalla Sardegna
i nostri genitori
pacchi di cibo ci mandavano
appena li ricevevano
se li mangiavano
alla faccia nostra, allegri e contenti.
Poi, quei vigliacchi
ci davano, vuoti, i pacchi.

14. No lù pot'ispricare
su ch'apo 'eo suffridu
in battordighi meses derdiciadu
Nè mi chelz'ammentare
De cant'apo patidu
Siat s'Ente Supremu laudadu
Pro miraculu solu,
tent'hapo su consolu
A Siniscola de nd'esser torradu
Coment'haia in brama,
Abbrazzare parentes babbu e mama.

Non posso spiegare
ciò che ho sofferto
in quattordici mesi .........
nè desidero ricordare
ciò che ho patito.
Sia lodato l'Ente supremo (Dio)
per il solo miracolo,
che ho la consolazione (?)
di esser tornato a Siniscola.

Finisce la poesia con la firma del poeta, Giuseppe Pirastru, poeta di Ozieri.

Aggiungo solo che a Monte Nero, nel 1917, il 26 ottobre, c'è stata una delle più grandi battaglie della prima guerra mondiale, la battaglia di Caporetto, che non penso di dover spiegare qui, ritenendola nota a tutti!
Il protagonista è uno degli sfortunati uomini che finirono prigionieri, dimenticati da tutti.
Giuseppe Pirastru da Ozieri ce lo riporta in mente, seppur senza nome, un soldato sardo di Siniscola, uno dei fortunati che, finita la guerra, riesce a tornare a casa. 
Chiedo agli amici e conoscenti della lingua sarda la cortesia di aiutarmi a completare la traduzione.


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 29 marzo 2015

Breve storia della Sardegna - Vol. I - Antichità

Cari amici, vi presento Breve storia della Sardegna, il mio ultimo libro.

Questo libro vuol essere di spunto a tutti coloro che vogliono sapere qualcosa delle loro origini ma che si sono sempre fermati alla immagine della Sardegna sulla copertina di un bel libro in vetrina.
Questo libro è un percorso di ricerca aperto a tutti i volenterosi.
Non sempre troverete risposte, spesso troverete domande, quasi mai troverete certezze. Ognuno potrà leggere e giudicare da solo sulla credibilità di una versione o di un'altra. Io farò come faceva Erodoto 2500 anni fa; vi racconto ciò che ho visto, ciò che ho letto e ciò che ho sentito, dicendovi la mia opinione (e presentandola come tale) oppure lasciandovi sognare sulla scia di miti e leggende.

Auguro a tutti buona lettura e vi invito ad andare in Sardegna. Però non fermatevi lungo le coste, entrate nel suo cuore per capire e conoscere l'isola e le sue antiche culture, i suoi differenti dialetti, i costumi, i cibi, le tradizioni e soprattutto le persone.

Se volete avere un'idea di cosa vi troverete dentro date uno sguardo agli articoli già pubblicati sul mio blog, seguite questo link.

Poteto trovarlo sul sito ilmiolibro.it (Breve storia della Sardegna) dove potrete leggere una breve introduzione e le prime pagine.
Spero vi piaccia e possa diventare uno dei libri della vostra libreria.

Buona lettura e a presto.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

giovedì 3 luglio 2014

Su goppai miu de Casteddu (Il mio compare di Cagliari)

Ancora si raccontano, a Gesico, storielle antiche che parlano dell'ingenuità delle persone umili.
Eccone una, raccontata da mia nonna Annunziata Carboni, che la cara zia Nina pochi giorni fa ha riportato alla mia memoria.

Un signore deve mandare un dono ad un compare che abita a Cagliari.
Siamo negli anni '50.
Chiama la domestica e le dice: "Porta custu presenti a goppai Luigi".
     (Porta questo regalo a compare Luigi)
La ragazza, un po preoccupata risponde: "Sissignore, ma in dui dia deppi pottai?"
     (Sissignore, ma dove lo devo portare?)
"A Casteddu 'ndui bivvidi su goppai miu!"
     (A Cagliari, dove vive compare Luigi)
"A Casteddu?" Risponde la domestica.
     (A Cagliari?)
"Ma su merixeddu miu caru, deu non mi sciu giostrai beni in Casteddu, ma bandu cun d'una amiga mia cara, issa esti prusu acculturada de mei".
     (Ma, padroncino mio caro, io non mi so giostrare bene a Cagliari, ma vado con una mia amica che è più acculturata)
Così le due ragazze partono per la città.
Una volta arrivate, la ragazza più sveglia chiede all'altra quale fosse l'indirizzo.
La domestica risponde: "Su merixeddu m'a nau de bussai e domandai de goppai Luigi"
      (Il padroncino mi ha detto di bussare e chiedere di compare Luigi)
Così le due ragazze bussano alla prima porta che trovano.
- "Cosa volete?" Risponde una voce da dietro la porta chiusa.
"Esti vi signoria goppai Luigi?" Dicono timidamente le due ragazze paesane.
      (E' Lei compare Luigi?)
- Andate via, puttane zozze! Risponde una voce dall'interno scambiandole per donne di malaffare.
Le ragazze, capendo male, ringraziano e si allontanano.
"Duncasa, deppeusu bussai in cussa via e in cussa porta! DIce la più acculturata alla domestica.
     (Dunque, dobbiamo bussare in quella via e in quella porta.)
Si spostano di pochi metri e bussano ancora: - Toc, toc...
"Bivvidi innoi su signori nostru?" Chiedono ancora le due ragazze.
     (Abita qui, il signore nostro?)
Affacciandosi, una voce gentile risponde: "Chi cercate, signorine belle?"
"Ciccausu su signori nostru. Pottausu uno presenti de su goppai de vi signoria"
     (Cerchiamo il nostro signore. Portiamo un dono del suo compare.)
- Entrate pure - risponde l'uomo pregustando i doni - Cosa mi manda il mio bravo compare? Chiede interessato.
"Pottausu unu porceddu, pani de simbua e is pardulasa po fai una bella Pasca."
     (Portiamo un maialetto, pane di semola e le formaggelle per fare una buona Pasqua)
- Ma prego, accomodatevi pure. Risponde l'uomo furbescamente, approfittando della ingenuità delle due ragazze.
- Siete arrivate nella casa giusta e ringraziate tanto il compare per essersi disturbato con tutto questo ben di dio.
Le ragazze così tornano a casa soddisfatte.
Al loro rientro il padrone chiede come è stato il viaggio e se è stato facile trovare il compare.
"Facili facili, eusu bussau in sa prima porta e s'anti arrespustu - in cussa via e in cussa porta! -
      (Facilissimo, abbiamo bussato alla prima porta che ci è capitata e ci hanno risposto "in quella via e in quella porta")
Il padrone è così soddisfatto del lavoro svolto, ignorando però che il suo compare non aveva ricevuto niente!

Demuro Fernanda

domenica 19 gennaio 2014

Ancora sulla storia di Gesico

Ho riletto qualche giorno fa un vecchio articolo scritto da mio fratello Antonello su Gesico: Gesico nei libri, così ho pensato di aggiungere qualche informazione curiosa che mi è capitato di trovare in questi anni.
Cominciamo con il parlare di Gesico nel periodo della conquista spagnola della Sardegna.
Le notizie sono tratte dalla Historia general de la Isla, y Reyno de Sardeña Di Francisco de Vico (1639).
Siamo nel 1324 quando avviene l'infeudazione della Villa di Gesico.
L'autore ci racconta che l'Infante don Alonso in quell'anno concesse la Villa di Gesico in feudo con un censo di cinquanta fiorini d'oro a Pedro Marco consigliere di Barcellona.
Qualche anno dopo, nel 1331, Gesico fu venduta a Ramon Desvall al prezzo di 35.000 monete Alfonsine con decreto reale del Re don Alonso. In quell'anno Gesico passa sotto la giurisdizione di Valencia.
Nel 1335 Dona Catalina Desvall rivende al Re don Pedro Gesico, unitamente ai paesi di Sabolla, Pirri, Salvatrano, Corongio, Mandras (Mandas) e Nurri.
Qualche anno dopo, nel 1368 il Re fa dono di Gesico a Antonio Puig (o Poualt). Antonio Puig fece dono di Gesico a sua figlia Iuana nel 1376 che si sposò con Marco Momboy.
A Marco Momboy succedette il figlio Juan. La moglie di Marco Momboy invece lasciò la sua parte ai figli IoàAntonio, Matheo e Marco.
Qualche anno dopo ritroviamo Gesico tra le proprietà di Juan, figlio di Juan Momboy. Nel 1450 il paese di Gesico, assieme a Samazay, Gonniperas, Barrali e Samassi passa di proprietà di Francisco de Eril, Governatore Generale del Regno di Sardegna, al prezzo di 1500 fiorini d'oro d'Aragona.
La famiglia Eril tenne il possesso di Gesico fino al 1541 quando la vendette assieme ad altri paesi a don Salvador Aymerich che due anni dopo dichiarò di averle acquistate su commissioni del Dottor Pedro Sanna di Bruno Letrado di Cagliari, che ne assunse la proprietà.
Alla sua morte, nel 1545, la Villa di Gesico passò, assieme ad altre proprietà, al figlio Tiberio Sanna.
Tiberio Sanna lasciò i suoi possedimenti al figlio Iuan Bautista nel 1580. Gli succedette don Ioseph Sanna e a questo il figlio Iuan Bautista che al momento della pubblicazione del libro, 1639, possedeva la proprietà di Gesico.
Occorre saltare un secolo per trovare nuovamente traccia del paese di Gesico nei testi. Nella "Genealogia de la nobilissima familia de Cervellòn di Manuel Maria Ribera, pubblicato nel 1733 grazie al sostegno di Donna Antonia Sanna, moglie di don Francisco de Cervellòn.
L'autore racconta infatti che un avo di Donna Antonia, don Tiberio Sanna Barone di Gesico, sposò Donna Benita de Cervellòn, si tratta probabilmente dello stesso Tiberio visto poco fa.
Nel libro Ribera racconta le origini nobili della famiglia Sanna facendole risalire al 1353, grazie ai meriti di due fratelli, Lorenzo e Giovanni Sanna, che servirono con onore sotto la Corona reale durante le guerre di Sardegna.
Fu Don Pedro III che nel 1354 li investì di un grande territorio, per ringraziarli delle loro opere e della loro fedeltà anche di fronte al pericolo corso in tempo di guerra.
Da allora i Sanna divennero una delle famiglie più ricche e importanti del paese di Gesico.
Ora devo nuovamente fare un salto di quasi un secolo per trovare altre notizie di gesico, nel libro "Storia di Sardegna dall'anno 1799 al 1816" di Pietro Martini.
Si parla di un periodo in cui la Sardegna dipendeva dal Piemonte. Dal 1815 esisteva una "segreteria di stato per le cose della Sardegna" il cui capo era Silvestro Borgese, che era stato in servizio a Cagliari dal 1772 al 1792 come "professore di sagri canoni" e "aggiunto alla reale udienza" e "avvocato fiscale regio".
Doveva essere un periodo abbastanza burrascoso per la Sardegna (e non solo!) e Gesico non era un paese tranquillo.
Dice Pietro Martini che sono da ricordare i tumulti di Gesico, dove fu arrestato il nobile Giovanni Diana, nonostante la protezione di cui godeva da parte del Marchese di S. Tomaso.
Alla cattura del Diana partecipò un tal Giovanni Corrias. Il Marchese (o Barone?) cercò di vendicarsi arrestando il Corrias ma il Re lo rimproverò. Il nobiluomo si ritirò a Gesico e probabilmente ebbe la sua parte nel sollevamento della popolazione contro il prete, amico del Corrias.
Il governo spedì a Gesico le sue truppe e la popolazione fu così ridotta all'obbedienza.


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 6 dicembre 2013

La Sardegna e i papi

Ho appena finito di leggere un bellissimo libro di Claudio Rendina di cui potete leggere una breve recensione su I papi, storia e segreti.
In questo breve articolo parlerò di alcune informaioni che vi ho trovato sulla storia antica della Sardegna.
Sapevate che vi sono stati due papi sardi?
Ma andiamo per ordine.
Siamo sotto il pontificato di S. Eleuterio (175-189 d.C.), in quel periodo secondo Eusebio di Cesarea la chiesa visse un periodo di tranquillità (era allora imperatore Commodo), ma vi furono comunque dei processi, tra questi fu processato un tale di nome Callisto (che qualche anno dopo diverrà papa).
Callisto era uno schiavo liberato di un banchiere chiamato Carpoforo. Callisto voleva recuperare dei crediti e si recò in una sinagoga per riscuotere. Venne denunciato per disturbo della quiete pubblica e condannato alla fustigazione e ai lavori forzati. La seconda parte della condanna veniva eseguita nelle miniere della Sardegna. Siamo nell'anno 186 d.C.
Qualche anno dopo sarà una matrona romana, Marcia, amante e poi moglie dell'Imperatore Commodo, che riuscì ad ottenere la liberazione di tutti i membri della comunità cristiana cui apparteneva che si trovavano in quel periodo incarcerati in Sardegna. Tra questi, non si sa bene come, rientrò anche il futuro papa Callisto.
papa Ilario
Quando Callisto venne eletto papa (217 d.C.) il suo oppositore si chiamava Ippolito che ritiratosi da Roma creò una sua comunità. Tra i diversi gruppi vi furono diatribe e disordini. Callisto venne gettato dalla finestra a seguito di una rivolta popolare, ma qualche anno dopo anche Ippolito fece una brutta fine, condannato all'esilio nel 235 d.C. dall'Imparatore Massimino Trace, assieme al nuovo papa Ponziano, morì in Sardegna nel 237 d.C..
Occorre attendere altri due secoli prima di vedere sul soglio pontificio il primo sardo, Ilario (461-468 d.C.). E' definito un papa debole, di scarsa personalità, comunque di fatto affrontò l'Imperatore Antenio, colpevole di appoggiare una setta eretica guidata da un tale Filoteo. Il papa proibì all'imperatore di entrare in San Pietro fino a che non assicurò la soppressione del gruppo di eretici. Certo non era come San Leone Magno, il suo predecessore, ma non era neanche una mammoletta.
Affrontò i problemi causati dalla chiesa della Gallia e si occupò di abbellire molte delle chiese di Roma, di costruire biblioteche e oratori. Morì il 29 febbraio del 468 d.C. e fu sepolto in San Lorenzo fuori le mura.
 
Pochi anni dopo viene eletto un secondo papa sardo, Simmaco (498-514 d.C.).
Alla morte del papa Anastasio II a Roma si formano due fazioni, una più ortodossa guidata dal senatore Fausto che elesse papa Simmaco; un'altra fazione guidata dal console Festo che elesse l'arciprete Lorenzo. Le elezioni avvennero lo stesso giorno, il 22 novembre del 498 d.C.
Come al solito, da buoni religiosi, la parola passò alle armi e Roma divenne luogo di scontro (come per quasi tutte le elezioni papali!). Per cercare di risolvere la situazione ci si rivolse a Teodorico (re degli Ostrogoti e d'Italia) che da Ravenna sentenziò che la nomina dovesse andare a chi era stato eletto per primo o a chi aveva avuto la maggioranza dei voti. In questo caso Simmaco fu favorito, anche se vi furono dei sospetti di corruzione.
Per cercare di risolvere il problema delle elezioni papali, il primo marzo del 499 Simmaco convoca un concilio in cui si stabilisce che è vietato impostare trattative elettorali all'insaputa del papa in carica e prima della sua morte. Il papa inoltre ha diritto di scelta del successore. In caso di morte improvvisa del papa e di mancanza di indicazioni, sarà papa colui che avrà raccolto i suffragi del clero o la maggioranza dei voti. Un bel tentativo di cercare di limitare gli scontri, ma semplicemente uno dei tanti, infatti per quasi ogni elezione gli scontri si ripeterono, più o meno lunghi e sanguinari. 
Papa Simmaco non doveva essere proprio un santo infatti pochi anni dopo, nel 501 fu denunciato al re per vari reati legati all'uso dei beni della chiesa e alle donne. Simmaco, forse sentendosi colpevole, scappò e Teodorico nominò un reggente per la chiesa: Pietro di Altino. Ma il caos proseguiva così i Vescovi si riunirono e decretarono che "nessuno aveva l'autorità di giudicare il vescovo di Roma per cui le accuse dovevano essere rimesse al giudizio di Dio". Ma l'opposizione non cessò, Lorenzo faceva il papa e Simmaco restava rinchiuso in San Pietro, attendendo tempi migliori.
Il re, seccato dai continui disordini, decise di prendere in mano la situazione e decise a favore di Simmaco che venne posto nuovamente sul soglio pontificio. Simmaco si occupò anche di abbellire diverse chiese di Roma. Morì il 19 luglio del 514.
La Sardegna viene nominata nuovamente intorno al 685 quando, sotto il papato di Giovanni V, il vescovo di Cagliari perde il diritto di nomina dei vescovi dell'isola, che rientrò nella giurisdizione di Roma.
Bisogna attendere al 817 d.C. per sentire nuovamente parlare della Sardegna. Viene eletto papa Pasquale I (817-824 d.C.). L'elezione dei papi in quel periodo veniva sottoposta all'approvazione dell'imperatore, in quel tempo Ludovico, che sancisce l'elezione con un diploma (Pactum cum Paschali pontifice) che dimostrerà in futuro la sua enorme importanza essendo uno dei documenti della storia pontificia che attraverso abili falsificazioni che forniranno supporto alle rivendicazioni territoriali della chiesa. Il papa infatti avrebbe ricevuto in dono da Ludovico il Pio non solo Roma con il suo Ducato e tutte le terre già oggetto di donazione da parte di Pipino e Carlo Magno ma anche la Calabria, Napoli, la Corsica, la Sardegna e la Sicilia, senza tener conto l'esistenza dell'Impero bizantino sotto il cui dominio si trovava Napoli, Calabria, Sicilia e Sardegna. Quindi, secondo questi documenti la Sardegna passa sotto la Chiesa nell'817 d.C.!
Quelli erano tempi  bui per i paesi che si affacciavano sul Mediterraneo, infatti i Saraceni usando anche delle basi in Sardegna attaccavano il Porto di Roma. Siamo sotto Leone IV (847-855 d.C.), e i papi dovettero inventarsi anche condottieri!
Qualche secolo dopo sarà Benedetto VIII (1012-1024 d.C.) a prendersi carico del problema dei Saraceni. Questi dopo aver minacciato Salerno attaccarono Pisa mettendola a ferro e fuoco. Benedetto VIII nel 1016 organizzò una flotta capeggiata dal padre, mentre lui guidava le truppe di terra riportando una grande vittoria. I saraceni si ritirarono in Sardegna ma la flotta (in lega con le città di Pisa e Genova) riuscì a snidare gli infedeli e a liberare definitivamente l'isola, che da allora diventò colonia pisana (anche se non tutta!).
Per sentire nuovamente parlare di Sardegna occorre attendere l'arrivo di Federico II che, cercando di unificare l'Italia contro gli interessi della chiesa, sotto papa Gregorio IX (1227-1241 d.C.), intorno al 1238 concesse al figlio Enzo in occasione del suo matrimonio con la vedova del Giudice di Torres e di Gallura, il titolo di re di Sardegna, nonostante le rivendicazioni della chiesa.
Questo fatto diede molto fastidio al papa che nel 1239 scomunicò nuovamente Federico II...
 
Purtroppo mi devo fermare, in quanto non ho ancora trovato il seguito del libro, ma prometto di proseguire non appena possibile!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 27 ottobre 2013

La Sardegna nel Dittamondo di Faccio degli Uberti

Faccio (o Fazio) degli Uberti fu un poeta didascalico fiorentino del 1300 (1305-1367) vissuto quasi da profugo tra una corte e l'altra del nord Italia.
Autore, fra l'altro, di un'opera didascalica chiamata "Dittamondo", in cui racconta il suo personale viaggio nel mondo conosciuto compiuto in compagnia di un geografo antico, Solino (III sec. d. C.).
Lascio a chi ha voglia e tempo il piacere di leggere tutto il libro alla ricerca, magari, di notizie curiose sul proprio paese di origine e mi concentro su ciò che Faccio dice della mia Isola, la Sardegna, riportandovi di seguito ciò che egli scrisse:

"Molto sarebbe l'Isola benigna
più che non è, se per alcun mal vento
che soffia ivi, non la fesse maligna.

Ivi son vene, che fan molto argento,
li si vede gran quantità di sale,
ivi son bagni sani com'unguento.

Non la vidd'io, ma ben l'udio da tale,
a cui do fe, che v'era una fontana,
ch'à ritrovar i furti molto vale.

Un'erba v'è spiacevole e villana,
la qual gustata senza fallo uccide,
et così come è rea è molto strana,
che in forma propria d'huomo quando ride
gli cambia il volto, e scuopre alcuanto i denti,
si fa morto già mai non si vide.

Securi son da lupi, e da serpenti,
la sua lunghezza par da cento miglia,
e tanto più quanto son venti, e venti.

Io viddi, che mi parve meraviglia
una gente ch'alcuno non l'intende,
né essi sanno quel ch'altri bisbiglia.

Vero è, che s'altri di lor cose prende,
per darne cambio, in questo modo fanno,
ch'una ne toglie, et un'altra ne rende.

Quel che sia Cresime, e Battesimo non sanno,
le Barbace gliè detto è in lor paese,
in secura montagna e forte stanno.

Quest'Isola dal Sardo il nome prese,
la qual per se fu nominata assai
ma più per buon padre onde discese.

Un picciol animal quivi trovai,
gli abitanti lo chiaman Solefuggi,
perché al sol fugge quando può più mai.

E poniam che fra lor serpi non bruggi,
pur nondimeno à la natura piace
che da se stessa alcun verme lo fuggi.

Sassari, Buosa, Callari, e Stampace,
Arestan, Villa Nuova, et la Lighiera,
che le sue parti più dentro al mar giace.

Quest'Isola, secondo che si avera,
Genova, et Pisa, al Saracin la tolse,
laqual sentiron con l'haver, che v'era,
el mobil tutto à Genovesi tolse,
et la Terra a Pisani, et furon quivi
infin che Raganesi ne gli spolse.

Et più in giù,
parlar'uddimo, e ragionar all'hora,
che v'è un bagno, il quale ripara,
et salda ogni osso rotto in poco d'hora."

Ecco, il testo è finito, se volete leggerlo dall'originale lo trovate nel Dittamondo al libro III, canto dodicesimo.

Un saluto e a presto,

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 5 maggio 2013

Procopio, la guerra gotica: sulla Sardegna

Ancora una piccola curiosità sul testo di Procopio sulle guerre gotiche.
Riguarda la Sardegna e alcune tradizioni quali il nome antico e il riso sardonico.
Voglio riportarvi il testo di Procopio, sicuro che troverò qualche curioso che andrà a leggersi l'intero libro. Siamo intorno al 552 d.C. e la guerrra contro i Goti di Totila è ormai al termine.
Procopio dice che intorno all'anno 17 dall'inizio della guerra...
"Totila, proponendosi di occupare le isole attinenti all'Africa" - in quel periodo infatti Sardegna e Corsica dovevano essere inserite nella provincia romana dell'Africa - "radunata una flotta e postovi sopra un esercito conveniente, la spedì verso la Corsica e la Sardegna.
Coloro dapprima approdarono in Corsica e, niuno facendo resistenza, s'impadronirono dell'isola. Poscia occuparono anche la Sardegna. Ambedue le isole Totila fecesi tributarie. Saputo ciò, Giovanni che comandava le truppe romane d'Africa, spedì una flotta con molti soldati in Sardegna.
Questi, giunti presso la città di Cagliari e accampatisi, proponevansi di porvi assedio, poichè non si credevano in grado di darvi assalto essendo colà un considerevol presidio di Goti. Appena sepper la cosa, i barbari, sortiti dalla città, improvvisamente piombarono addosso ai nemici e, messili facilmente in fuga, molti ne uccisero. I rimanenti fuggiti via ripararono pel momento sulle navi e poco dopo, salpati di là, recaronsi a Cartagine con tutta la flotta. Ivi rimasero a svernare, proponendosi di tornare al principio di primavera con maggiore apparato contro la Corsica e la Sardegna..."
In questa prima parte Procopio ci racconta uno spaccato della guerra combattuta dai romani (d'Oriente, in quanto l'Occidente era ormai scomparso sotto le macerie delle guerre!) contro i Goti che avevano occupato anche le isole. La Sardegna non doveva essere troppo abitata, anch'essa era stata teatro di guerre. Pochi anni prima, intorno al 535 d.C., era stata invasa dai Vandali...
Ma ora proseguiamo a leggere Procopio, che ci da alcune informazioni sulla Sardegna antica...
"Sardò è il proprio nome di questa che chiamasi ora Sardegna."
Ecco che dalle nebbie sorge il ricordo di un antico nome dell'Isola...
"Ivi nasce un'erba che agli uomini che la gustano produce subito letal convulsione di cui muoion poco dopo. E la convulsione produce in essi l'apparenza di certo riso che, dal nome del paese, vien chiamato sardonico."
E questo è quanto!
Finisce con la spiegazione del detto "riso sardonico" la digressione di Procopio sulla Sardegna...

E per ora anche per me è tutto!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

mercoledì 20 agosto 2008

Porto Torres: il Club del Ponte e i proverbi sardi


A volte per ingannare il tempo, tra un bagno e l'altro, capita di ricordare i termini antichi dialettali. Così si sentono termini in Portotorrese, in Sassarese, in Campidanese e così via...
Poi talvolta spuntano fuori dai meandri della memoria frasi intere, proverbi...
E' Gavino che ci racconta, con il suo accento tipico, un detto antico del paese di Sorso, che qui vi scrivo:

"Lu zerragu naddu allu guggiu e
battixadu all'invessu e senza sari
e megliu dallu a un'animali
chi no a eddu a ricattu pessu"

Che tradotto dovrebbe suonare circa così:

"Il bifolco nato al buio
e battezzato al rovescio e senza sale
è meglio darlo ad un animale che non a lui,
anche se sono solo i resti del mangiare, da buttare"

Certo, forse per capirlo è il caso di mettere le frasi in ordine, e dunque:

"I resti del mangiare, anche se sono da buttare,
è meglio darli ad un animale
piuttosto che ad un bifolco,
nato al buio e battezzato al rovescio e senza sale"

Ecco, forse ora è più chiaro...
E allora, che dire se non che per non essere bifolchi si deve studiare?

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 6 luglio 2008

La statua del Santo

In un paesino della Sardegna, Gesico, si racconta ancora una storia a mo' di barzelletta, senza sapere se sia mai accaduta...
Così come mi è stata raccontata ve la racconto... traducendola dalla lingua Sarda affinché possa essere capita da tutti... Un giorno il prete del paese guardava le condizioni in cui versava la statua del santo patrono... Di li a poco, il 10 agosto, ci sarebbe stata la processione e la statua cadeva a pezzi, mangiata dai tarli... Mentre il prete si lamentava, passò un paesano che, sentitolo, gli chiese se poteva essergli d'aiuto... nel suo campo infatti si trovava una piantina di buon legno che avrebbe potuto fare alla bisogna. Il prete lo ringraziò e si fece guidare sul luogo. Il paesano lo accompagnò alla pianta di pere che sia per forma che per dimensioni pareva fatta apposta per prendere il posto del santo! Così la piantina venne tagliata e nelle mani sapienti di un artigiano del luogo divenne la nuova statua del santo.
Il dieci agosto la statua del santo fu portata in processione per il paese.
Arrivata nel piazzale di chiesa tutti i paesani, in segno di rispetto, si tolsero il cappello, tutti ad eccezione di colui che l'aveva conosciuta come pianta di pere...
Più tardi gli amici, incuriositi dalla mancanza di rispetto gli chiesero spiegazioni.
Il paesano non si fece pregare e disse: «Candu furiada una pranta 'e pira... no est arrennescia a fai una pira in tottu sa vida sua... immoi ca est unu santu no ada fai miracullusu... » Che significa: «Quando era una pianta di pere non è riuscita a fare una pera, ora che è santo non farà miracoli... ».

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

sabato 10 maggio 2008

Un'antica preghiera da Osilo...

Quasi per caso, chiaccherando del più e del meno tra vicini di ombrellone... si riscoprono ricordi e tradizioni...
Devo ringraziare Paola Fadda per questa antica preghiera... questa versione viene da Osilo (SS). Chiedo scusa in anticipo a tutti coloro che conoscono e sanno scrivere in dialetto di Osilo, io non sono in grado... ma mi sembra giusto salvare questo piccolo pezzo di tradizione della Sardegna.
La preghiera veniva recitata dalla mamma Antonina per mettere a letto i figli...
"Su lettu meu est de battero cantones, battero anghelos si bi ponede, duoso in pese e duoso in cabitta, sa Regina a costau m'istada. Issa mi narada: "Drommi e riposa, no appas paura de mala cosa, no appas paura de mala fine, s'anghelu Serafine, s'anghelu biancu s'ispiritu santu sa Vergine Maria, tottu a costazu t'istana."
La traduzione dovrebbe essere più o meno così:
"Il mio letto è fatto da quattro blocchi, quattro angeli ci si mettono sopra, due ai piedi e due in testa. La Regina mi resta al fianco. Lei mi dice: "Dormi e riposa, non aver paura delle cose cattive, non aver paura di fare una brutta fine, l'angelo Serafino, l'angelo bianco, lo Spirito Santo e la Vergine Maria, tutti ti stanno a fianco."

Un'altra versione, in dialetto logudorese, mi è stata segnalata da Salvatore Scanu, che ringrazio. La preghiera fa parte della raccolta pubblicata a Cagliari il 2 febbraio 1863, l'autore è Giovanni Spano che afferma di non conoscerne l'autore e di averla sentita raccontare dalla nonna. La preghiera dovrebbe essere intitolata "Aspirazioni agli Angeli custodi".
"Su lettu meu est de battor contones, et battor anghelos si bei ponen, Duos in pès, et duos in cabitta, Nostra Segnora a costazu m'ista, e a mie narat, dormi e reposa, no happas paura de mala cosa, no happas paura de malu fine s'Anghelu Serafine, s'Anghelu biancu, s'Ispiridu Santu, sa Virgine Maria, totu siant in cumpagnia mia mia. Anghelu de Deu custodiu meu custa nott'illuminami guarda e difende a mie, ca eo m'incumando a tie."


A differenze dalla prima versione Giovanni Spano riporta un'ultima frase che più o meno si può tradurre: "Angelo di Dio, mio custode questa notte fammi luce, custodiscimi e proteggimi, io mi raccomando a te."

Se conoscete altre versioni...

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

Sa domu 'e su para - La casa del frate

Percorrendo la nuova strada Gesico-Villamar, a circa cinque chilometri da Gesico, ma in territorio di Guamaggiore, nascosta nella valle del Rio Salliu, “s’Arriu Sabiu” (fiume salato), si trova una vecchia costruzione ormai diroccata e che va via via scomparendo sepolta da pietre e terra. Per chi conosce la zona non é difficile arrivarci, infatti sulla sinistra, all’altezza de “is contrasa de Leunessi” (contrada di Leunessi), si trova una strada campestre che fiancheggia s’Arriu Sabiu e che dopo circa un chilometro permette di raggiungere “sa domu ‘e su Para”.Alcuni anziani ricordano ancora quella piccola costruzione che di tanto in tanto veniva utilizzata come riparo, ma ora non restano che poche rovine a testimoniare la sua esistenza. Lungo la strada il paesaggio desolato ci porta a pensare a chi, cinquanta e più anni fa, pernottava presso “is domus de Peppi Pai” (le case di Peppi Pai), anche di queste non restano che vecchi ruderi visibili alla nostra sinistra. In quei tempi i bambini di cinque o sei anni venivano portati in campagna e lasciati a custodire il gregge. Questi piccoli uomini avevano paura, specialmente la notte, ma allora così era la vita. Per raggiungere le rovine bisogna camminare lungo il sentiero per circa venti minuti, tra cespugli di “tramatzu” e di “moddizzi”, ammirando splendidi pennacchi di “cruccuri” per giungere “assa domu ‘e su Para”. Alla sinistra, poco sotto Bruncu Murcioni, possiamo vedere Nuraxi ‘e Accasa”, ma noi ci fermiamo prima, quando vediamo le prime tracce di pietra lavorata.
Di fronte a noi si apre un foro circolare di circa tre metri di diametro e profondo circa un metro e cinquanta. Si tratta dei resti di una costruzione in pietra lavorata, di forma circolare, che presenta un ingresso sul lato Ovest. Il pavimento é stato rimosso e si può notare che la costruzione é poggiata su una fila di pietre non lavorate. Su di queste si trovano tre file di pietre lavorate. Le mura sono spesse circa ottanta centimetri e, ad un esame sommario, sembra che siano costituite da due file di pietre lavorate a T, la fila esterna presenta la faccia convessa lavorata mentre la fila interna presenta la faccia concava. Tra le due file si trovano delle pietre di dimensione ridotta legate con fango e terra. Per poter essere certi del metodo costruttivo e quindi risalire allo stile architettonico e cercare di datare la costruzione bisognerebbe intraprendere degli scavi in tutta la zona. Pietre lavorate si possono notare un po’ ovunque, dentro e fuori la costruzione. A circa dieci metri di distanza si trovano i resti di una seconda costruzione di diversa fattura. Le mura sono costituite da pietre di dimensioni inferiori, rispetto alla prima, e non lavorate, legate tra loro con terra. Di questa seconda costruzione resta solo una parte a forma di cupola. Dalla forma si potrebbe pensare si trattasse di un forno o di una cisterna, ma , come già detto, solo degli scavi accurati potrebbero portare alla luce elementi determinanti e chiarificatori. La leggenda popolare racconta che queste costruzioni erano abitate da un frate che viveva nella zona ma non si conoscono altri particolari. Al di là delle rovine de “sa domu ‘e su Para”, che già di per se possono offrire una valida motivazione ad affrontare il viaggio per Gesico e le sue campagne, la zona presenta delle sue caratteristiche peculiari per le quali vale la pena dedicarvi una giornata. Si può raggiungere a piedi o a cavallo, facendo bene attenzione a non recar fastidio alle greggi e chiedendo l’autorizzazione ad attraversare i terreni ai legittimi proprietari al fine di evitare danneggiamenti. Nel periodo piovoso si può assaggiare l’acqua salata de “s’arriu Sabiu”, negli altri periodi dell’anno il ruscello é asciutto. Questo ruscello dall’acqua salata, in passato , si credeva fosse ciò che restava di un antico mare e qualcuno racconta di aver visto degli anelli in ferro infissi nella roccia che dovevano essere utilizzati come attracchi per le imbarcazioni. Nessuno mi ha saputo indicare l’ubicazione di questi anelli, probabilmente perché non sono mai esistiti. Sembra improbabile credere alla storia del mare come a quella degli anelli di ferro,é più facile ipotizzare un deposito di sale a monte della sorgente. Tutta la zona é ricoperta di cespugli di moddizzi, (Lentisco) di questi in passato venivano raccolte le bacche utilizzate per la produzione de “s’ollu e stinci”, usato al posto dell’olio d’oliva; si trova anche qualche cespuglio di tramatzu (Tamerice) i cui rami venivano tenuti nei pollai per allontanare le pulci delle galline. Rientrando possiamo immaginare la vita di quel piccolo pastorello che cinquanta e più anni fa si aggirava intimorito per queste campagne, possiamo quasi vederlo mentre raccoglie le bacche da un cespuglio di “arruabi” per placare la fame e la sete.
Potete farlo anche voi se volete, i cespugli di “arruabi” ci sono ancora ed in settembre le bacche sono mature e saporite.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

Su mobenti (l'asino)

Talvolta la realtà supera la fantasia... e quando si ascoltano i racconti dei nostri vecchi, si scoprono cose dell'altro mondo... che ci fanno sorridere...
Tanti anni fa era usanza l'accompagnare i fidanzati ogni volta che uscivano a passeggio per evitare che facessero danni...
Il compito spettava ai fratelli della donna oppure ai nonni. Talvolta i parenti della donna, quando parlavano del fidanzato, per non farsi capire, usavano dei nomi in codice... in questa storia, per esempio, il fidanzato era chiamato « mobenti » cioè asino.
Era sera e i due fidanzatini erano appena tornati, accompagnati dalla solita scorta, dalla passeggiata, quando cominciò a piovere a dirotto. Il tempo passava ma non accennava a smettere così, ad un certo punto, la padrona di casa decise di far stare il ragazzo a casa loro per la notte... La casa era piccola e la famiglia era grande... così il fidanzato fu sistemato nel loggiato, nella stanza adiacente dormivano i genitori della ragazza e nell'ultima stanza dormivano le donne e il nonno.
Il nonno, che tra l'altro era la loro scorta, non si fidava troppo del giovane e così parlò con il padre di lei che era già andato a letto, avvisandolo della presenza dell'ospite e raccomandandogli di far bene la guardia alle donne. Siccome il padre della ragazza ci vedeva da un occhio solo, il nonno gli disse di sistemarsi in modo da poter vedere cosa accadeva nel passaggio tra una camera e l'altra. Le camere erano infatti comunicanti e per andare in bagno o in cucina si doveva attraversare tutte le stanze...
Il nonno, sospettoso per natura temeva infatti che « su mobenti » tentasse di raggiungere la ragazza durante la notte. Così, mentre tutti dormivano, il padre della ragazza si svegliò per la sete e alzatosi avanzò a tentoni, senza accendere la luce per non svegliare nessuno, alla ricerca della bottiglia dell'acqua che solitamente si trovava sul comodino del nonno... Così, per errore, lo toccò e il nonno, svegliato di soprassalto e ricordandosi della presenza del fidanzato della nipote cominciò ad urlare: « Su mobenti s'est fuiu... su mobenti s'est fuiu... » (l'asino è scappato...) svegliando tutti quanti, ospite compreso, per un semplice bicchier d'acqua!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

Pesce grande e pesce piccolo...

Le favole, i racconti e le tradizioni popolari hanno sempre qualcosa da insegnarci...
A noi coglierne il significato...

Un giorno, durante una festa paesana, due compari, che potremo chiamare Antoi e Marieddu, che non si vedevano da tanti anni, s'incontrarono per caso. Antoi, che si trovava nel suo paese, rispettoso delle regole di ospitalità, invitò Marieddu a pranzo. Così, dopo aver passeggiato per il paese ed essersi aggiornati reciprocamente sulle novità si diressero verso la casa di Antoi.
Antoi non era sposato e così non aveva granché da mangiare a casa, essendo abituato ad un pasto frugale. Nella dispensa vi erano solo due pesci, uno grande ed uno piccolo... Antoi e Marieddu fecero il fuoco assieme e i due pesci furono arrostiti... e più cuocevano più l'odore invitante si spargeva per la casa...
Una volta cotti i pesci, i due compari si sedettero a tavola.
Il Padrone di casa, Antoi, offrì un pesce all'ospite, sperando che prendesse il più piccolo...
Marieddu, non volendo sembrare maleducato, invitò Antoi a servirsi per primo, visto che era il padrone di casa...
Antoi, nonostante fosse affamato, rispose: «No coppai, tu sei l'ospite e a te spetta la scelta... ».
Marieddu allora ci pensò su un attimo e prese il pesce più grande.
Allora Antoi, con grande stupore disse: «Coppai, da lei non me lo sarei mai aspettato... pensavo che avrebbe preso il pesce più piccolo... ».
E Marieddu, per niente turbato, gli rispose: «Coppai Antoi, se avesse scelto prima lei, quale pesce avrebbe preso? »«Ma senza dubbio il pesce più piccolo... », rispose prontamente coppai Antoi.
« E allora ho fatto bene... il pesce grande sarebbe spettato a me in ogni caso... »

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

Chi troppo vuole...

Erano tempi difficili... i bambini giocavano con bastoni e pietre, le bambine con bambole di pezza...
Capitava, talvolta, che ci si contendeva un giocattolo e, allora come ora, si sentiva urlare “E' mio...”, “Nooo, è mio...”
Era in quei momenti che il nonno interveniva, anche per evitare interventi ben più energici di chi doveva lavorare. Seduto ai piedi di un albero ombroso, chiamava a se tutti i bambini: “piccioccheddusu, benei innoi ca si contu...” (ragazzini, venite qua che vi racconto...).

A quelle parole, una torma di ragazzini urlanti si sedeva intorno al vecchio in attesa del racconto. Quando finalmente si era fatto silenzio, iniziava il racconto...
“Una volta in paese passava un fraticello, indossava un saio vecchio e consunto ed un paio di sandali consumati dal tempo... sulle spalle aveva una bisaccia in cui mettere le offerte dei paesani. Arrivava a piedi, ogni anno nello stesso periodo, subito dopo il raccolto. Quell'anno, recatosi nella prima casa, gli fu offerta una “mesuredda” (circa quattro chili) di grano. Il fraticello accettò e riempito il sacco ringraziò, benedì la casa e andò via. Si fermò poco dopo e per evitare di portarsi appresso il sacco chiese ad una contadina di custodirglielo mentre lui proseguiva la questua. Durante la notte le galline, trovato il sacco, si mangiarono il grano. Quando il fraticello tornò, la contadina spiegò l'accaduto ma il frate non volle sentir ragioni e disse: “Mi deve restituire il grano... altrimenti mi da la gallina!”. La donna, addolorata per la perdita ma consapevole delle sue responsabilità, consegnò la gallina e il fraticello andò via.
Prima di proseguire la questua si fermò in una casa li vicino e chiese che per cortesia gli custodissero la gallina. E così fu che durante la notte, mentre la gallina beccava qualche sassolino dal selciato del cortile, i maiali l'aggredirono e se la mangiarono. Quando al mattino si cercò la gallina si trovò solo qualche piuma insanguinata e ci volle poco a capire l'accaduto... Allora il fraticello disse “o la gallina o il maiale”. Non avendo altre galline la padrona di casa gli diede il maiale. Alla sera il fraticello si recò da un'altra famiglia e chiese di tenergli in custodia il maiale fino al giorno dopo e così fu che la padrona di casa mise il maiale nella stalla con i cavalli. Questi, imbizzarritisi, lo uccisero a calci. La mattina dopo, visto l'accaduto, il fraticello disse “o il maiale o il cavallo”e così gli fu dato il cavallo.
Alla sera, come suo solito, il fraticello chiese che gli venisse custodito il cavallo e spiegò che se avesse agitato la testa significava che aveva fame, se invece raschiava la terra con la zampa aveva sete. E così fu che durante la notte al cavallo venne sete. La padrona di casa allora chiamò la figlia e le disse di portare il cavallo a bere. La ragazza prese il cavallo e lo condusse all'abbeveratoio. Quando arrivò all'abbeveratoio c'erano altri cavalli. Il cavallo condotto dalla ragazza si imbizzarrì e scappò via... la ragazza tornò a casa e raccontò l'accaduto alla madre... in quel mentre arrivò il fraticello che, sentito l'accaduto disse “o il cavallo o la ragazza...”E così, non avendo un altro cavallo gli fu data la ragazza! Il fraticello la mise nel sacco e andò via.
Lungo la strada però si fece sera e, vista una casetta di povera gente, il fraticello si fermò e chiese di poter lasciare in custodia il sacco... La padrona di casa accettò. Quando il fraticello si fu allontanato la ragazza, che aveva riconosciuto la voce della nonna, la chiamò e, fattasi liberare, le raccontò l'accaduto. La saggia nonna allora, presi due cani affamati dal cortile li rinchiuse nel sacco al posto della nipote. Al mattino, quando si presentò il fraticello gli fu riconsegnato il sacco e lui felice andò via... Lungo la strada sentiva dei mugolii provenire dall'interno del sacco e lui, credendo si trattasse della ragazza diceva “un po di pazienza... come arriviamo all'albero che c'è lungo la strada ti faccio uscire... e facciamo l'amore...” Così, quando giunsero all'albero lungo la strada, il sacco venne poggiato a terra e aperto... i due cani, con sua grande sorpresa, lo aggredirono...

Così accadde che il fraticello dopo quella brutta esperienza, non tornò più in paese... e tutti i bambini, finito il racconto, ripresero a correre, urlare ed inseguirsi... almeno fino alla prossima storia!

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

Attittidu

Epicedio (attitidu) che si cantava dai confratelli innanzi al cadavere in casa, prima di portarlo a seppellire, ed ora in alcuni villagi si canta in chiesa a modo di esequie (Sexta torrada).
(Di autore antico)
Tristu die ch’ispettamus
Sos chi in su mundu bivimus,
A unu a unu morimus,
E niente bi pensamus!
(È triste il giorno che attende coloro che vivono nel mondo, ad uno ad uno moriamo, e non ci pensiamo!/non possiamo farci nulla!)

Cunsidera, o Cristianu
Custu mundu falsu, e leve,
Pro chi passat tot’in breve
Pius chi non su sonnu vanu,
Chi benzende su manzanu
Su bentu nos agatamus.
(Considera, o Cristiano, in questo mondo falso e leggero/inconsistente/vago, in cui vita,fatti e vicende accadono/si susseguono talmente in fretta, da essere paragonati alla sorpresa che potremmo avere, quando il vento del mattino, ci coglie alla sprovvista, risvegliandoci da un sonno vano)

Custu mundu est unu fiore
Chi si siccat per momentos,
Suggettu a totu sos bentos
De s’humidade, et calore,
Est unu fumu, e vapore,
Est caschidu chi alidamus.
(Questo mondo è un fiore che si secca solo per momenti, sottomesso/sottoposto/assoggettato a tutti i vento umidi, e caldi, è un fumo di vapore, è uno sbadiglio che alitiamo/respiriamo/emettiamo).

S’esemplu tenimus cughe (1)
De custu corpus defuntu,
Chi de su mund’est disgiuntu,
Feu, tristu, e senza lughe,
Solu sas manos a rughe
Li bidimus, et notamus!
(L’esempio lo teniamo qui, da questo corpo defunto separato dal mondo/dal mondo dei vivi, brutto, triste e senza luce, in cui vediamo e gli notiamo le mani messe a croce)

Bides cun ite reposu
Est corcadu in sa lettera?
Lassad’hat dogni chimera
De custu mundu ingannosu,
Sende ch’est tantu forzosu
Custu passu ch’ispettamus.
(Vedi con quale riposo/in che modo è sdraiato nel letto? Ha lasciato ogni illusione/fantasia di questo mondo bugiardo, poiché il passo che dobbiamo compiere richiede tanta sofferenza)
O morte tant’assortada
Ch’a dognunu faghes reu,
Finz’a su Fizu de Deu
T’attrivisti abbalanzada!
In te reposu no bi hada
Totu in d’una porta intramus.
(O morte tanto fortunata/favorita dalla sorte/che hai avuto sorte, a cui tutti rendi colpevoli/partecipi, ti azzardasti vittoriosa anche col Figlio di Dio! In te non c’è riposo anche se tutti dovremo passare per quella porta)

Segnore cruzzificadu,
O invittissimu marte!
Mirade ch’in s’istendarde
De sa rughe est allistadu,
Cussu frade fit soldadu
De s’abbidu chi portamus!
(Signore crocefisso, o INVITTISSIMU(2) martire! Guardate/Osservate che nello stendardo/nel simbolo della croce è scritto/inserito in lista il nome di quel fratello che era soldato degli abiti che portiamo/della generazione a cui apparteniamo).

Maria, consoladora
De dogn’anima affliggida,
Cust’anima ch’est partida
De custu mundu in cust’hora,
Succurridela, Segnora,
Aggiudu bos dimandamus.
(Maria, consolatrice di ogni anima afflitta, soccorrete quest’ anima che è partita da questo mondo in quest’ora, Signora, chiediamo il Vostro aiuto)

Apostolicu Senadu,
Martires, et Cunfessores,
Virgines chi cum primores
In puresa hazis guardadu,
Si in calchi cosa hat faltadu
A bois l’incumandamus.
(Apostolico Senato, Martiri e Cardinali, Vergini che (proteggete/difendete /custodite/soccorrete) con (singolare/eccellente) purezza, se ha (sbagliato/peccato) in qualche azione, lo raccomandiamo a voi)

Animas de Purgatoriu,
Sas ch’istades pro partire
A sos chelos pro godire,
Dadeli calch’aggiutoriu,
Tale ch’in su Concistoriu
Totu juntos nos bidamus!
(Anime del Purgatorio, coloro che stanno per partire per godere il Regno dei Cieli, aiutatelo, in modo che una volta giunti nel Concistoro avremo la possibilità di rincontrarci!)

Dai s’intrada a s’essida,
Nara, ite nd’has leadu?
De custu ch’has tribuladu
In custa mortale vida,
Si s’amina est desvalida,
Trista de issa, a ue andamus!
(Dall’ingresso all’uscita/dall’inizio alla fine/dalla tua nascita alla tua morte), dimmi, cosa hai (guadagnato?/ottenuto?) Dopo tutto il tribolare durante questa mortale vita, se l’anima svanisce, senza di essa che fine faremo!)

Ue est sa galanteria,
Inue est cudda bellesa?
Ue cudda gentilesa
De sa prima pizzinnia?
Inue est sa valentia,
chi tantu nos pressiamus?
Dov’è la (nobiltà d’animo/cortesia/educazione), dov’è quella (bellezza?/magnificenza?/splendore?) dove quella (gentilezza/bontà d’animo) particolari dell’(infanzia?/prima giovinezza?) Dov’è (la prodezza/il valore/il coraggio) di cui tanto siamo fieri?)

Custu frade chi pianghimus
Heris biu, et hoe mortu!
Gasi demus esser totu,
E puru no lu cherimus,
Bene su colpu fuimus
A su fine non faltamus.
(Questo fratello che piangiamo ieri era vivo, ed oggi è morto! Anche noi saremo così, eppure non vorremmo esserlo, scansiamo bene il colpo ma alla fine anche noi sbagliamo)

In d’unu fossu profundu
Conca a unu murimentu,
Tenet hoe s’appusentu
Pienu de bermes a fundu,
Custa paga dat su mundu
Sos ch’in issu cunfidamus!
(Dentro un profondo fosso con la testa rivolta ad una lapide, sarai contenuto all’interno di una stanza col fondo gremito di vermi, questa è la ricompensa del mondo a coloro che in lui hanno fiducia!)

Timida morte ispantosa
Senz’intragnas de piedade,
Cun nisciunu has amistade,
Cun totu ses odiosa,
Mustradi, morte, piedosa,
Però non nos aggiustamus.
(Morte, temuta e spaventosa senza intenzioni di pietà, non hai amicizie, sei detestata da tutti, mostrati morte pietosa, anche se noi non potremmo (porvi rimedio/pareggiare/concordare/agguagliare)

Tristu die ch’ispettamus
Sos chi in su mundu bivimus.
(È triste il giorno che attende coloro che vivono nel mondo)

a cura di Salvatore Scanu